Quando parliamo di Galleria dell’Accademia e Michelangelo pensiamo solo ad una cosa: il David.
A ragion veduta ma con il dispiacere di molti, il capolavoro della scultura mondiale tende ad offuscare le opere che le stanno intorno, comprese quelle dello stesso Michelangelo.
Dei Prigioni abbiamo già parlato in maniera approfondita in un articolo precedente, quindi oggi ci concentreremo sul San Matteo e la Pietà di Palestrina.
San Matteo
Siamo nel 1503, quando il David era prossimo al completamento e Michelangelo ricevette la commissione di realizzare i dodici apostoli da inserire nelle nicchie sotto alla Cupola del Duomo. Il Grande accettò e si mise al lavoro, non fosse che poco dopo fu chiamato a Roma da Papa Giulio II per eseguire il suo monumento funebre. La realizzazione dei dodici apostoli si dovette dunque interrompere e anche il contratto fu sciolto a dicembre 1505. Michelangelo però tornò preventivamente a Firenze, a Roma non si era trovato bene per vari motivi, e nonostante lo scioglimento del contratto proseguì la scultura che aveva iniziato, quella di San Matteo.
Come sappiamo però l’opera non fu terminata. Anzi, fu uno dei primi approcci col non-finito. Michelangelo riteneva non necessario completare una scultura se esprime già ciò che l’artista vuole suscitare in chi la guarda, con questo concetto rivoluzionerà il mondo della scultura anticipando i tempi di quattro secoli. Michelangelo scolpiva togliendo e non aggiungendo, per fare questo partiva dalla parte frontale dell’opera, che in questo caso è ancora più funzionale essendo destinata ad una nicchia.
Questo stile conferisce alla scultura una rarità estrema per l’epoca e non solo. Come accade coi Prigioni, sembra che San Matteo si voglia liberare dal marmo che lo imprigiona, anche se in questo caso con meno violenza. La gamba sinistra è rialzata, come poggiasse su uno scalino, al contrario della destra, che è distesa. Il ventre è leggermente inclinato, ruotata è invece la testa. Questa rotazione è probabilmente l’elemento più interessante della composizione: probabilmente Michelangelo si ispirò all’appena ritrovato Laocoonte, visto a Roma, e forse anche al Sacrificio di Isacco di Donatello, all’epoca in una nicchia del Campanile di Giotto e oggi al Museo dell’Opera del Duomo.
Impossibile non soffermarsi sull’opera durante la visita alla Galleria dell’Accademia.

Pietà di Palestrina
Cominciamo subito col mettere le mani avanti: questa, tra tutte le sculture di grandi dimensioni attribuite a Michelangelo, è l’unica di cui non si hanno fonti e documenti d’archivio che testimoniano la paternità dell’opera al Grande sculture. Il dibattito sull’artista dell’opera ha incendiato tutto il ‘900, tra chi ci vede la mano di Michelangelo, evidenziando comunque le nette sproporzioni, insolite per il Buonarroti, specialmente tra il torace e le gambe di Cristo, e chi invece ritiene le figure rappresentate troppo goffe, sproporzionate e con tratti troppo rozzi per quella che era la mano di Michelangelo. Altri invece proposero un’interpretazione più moderata, tra questi Franco Russoli, Luigi Grassi e Giorgio Bonsanti, secondo cui l’idea dell’opera era frutto di Michelangelo ma l’esecuzione era da attribuire a un suo seguace, probabilmente allievo del Maestro. Un’ipotesi abbastanza accreditata è anche che l’opera sia stata avviata da Michelangelo e poi ultimata da un suo collaboratore.
La rappresentazione vede il corpo di Cristo, ormai senza vita, sorretto dalla Madonna e San Giovanni Evangelista. Il materiale utilizzato era già stato utilizzato in precedenza come elemento architettonico, come testimoniano i motivi floreali presenti sul retro. Con questo fatto i sostenitori della paternità michelangiolesca dell’opera giustificano l’esagerato, per la mano del Maestro, appiattimento del rilievo.
Purtroppo quest’opera sta diventando sempre più dimenticata col passare dei decenni, questo per una sempre più certa non paternità di Michelangelo. Chiaramente la convenienza, per l’Accademia e non solo, nel saldare l’attribuzione a Michelangelo è alta, ma questo non sarà né il primo né l’ultimo caso di questo tipo nel mondo dell’arte.

Fonti utilizzate
https://www.galleriaaccademiafirenze.it
https://www.arte.it/opera/san-matteo-2116
https://michelangelobuonarrotietornato.com
https://ilsassonellostagno.wordpress.com
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