Le parole Michelangelo; Scultura; Galleria dell’Accademia nella maggior parte delle persone fanno venire in mente una sola cosa. Oltre al David però, ci sono una serie di sculture più o meno abbozzate da Michelangelo e conservate alla Galleria dell’Accademia che è interessante approfondire. Nello specifico oggi andremo a scopri i quattro prigioni di Michelangelo conservati alla Galleria.

Storia
Siamo nel 1505, quando Papa Giulio II commissionò a Michelangelo il suo monumento funebre da collocare al centro della nuova Basilica di San Pietro. L’opera venne completata solo nel 1545 a causa di varie motivazioni, tra cui la solitudine che l’artista provava a Roma e diverse commissioni che si inserirono nella carriera del Grande, e anche grazie a diversi collaboratori ma non venne posizionata in San Pietro, si optò per collocarla nella Chiesa di San Pietro in Vincoli.
Il progetto venne ovviamente ripensato varie volte e nel frattempo Michelangelo realizzò I Prigioni. I due conservati al Louvre, di un completamento nettamente superiore rispetto a quelli fiorentini, e i quattro conservati alla Galleria dell’Accademia che approfondiremo oggi. Ci sarebbe anche il cosiddetto quinto prigione ma lo tratteremo in un altro articolo, per non perdertelo iscriviti gratuitamente alla newsletter

Descrizione
Realizzati tra il 1519 e il 1534, i Prigioni dell’Accademia, a differenza di quelli francesi, sono solo abbozzati. Il più finito dei quattro è il Prigione barbuto (Fig. 1), che sembra volersi divincolare da una rete che lo intrappola con la mano sinistra, le cui dita sono completamente affogate nel marmo. Poi troviamo il Prigione Giovane (Fig. 2) che si copre l’abbozzato volto col braccio sinistro, il destro invece sembra legato da una catena, che tuttavia rimane immersa nel marmo. Ancora meno finito è il Prigione che si ridesta (Fig. 3), che più di ogni altro da la sensazione di voler emergere dal marmo, che intrappola la maggior parte della testa e lascia intravedere parzialmente gli arti della parte destra del corpo, di cui si vede perfettamente un ventre definito. Infine il Prigione Atlante (Fig. 4) è il più particolare dei quattro: ha le gambe e il tronco abbastanza finiti ma ha la testa imprigionata in un blocco di marmo, spinto in alto con forza dal braccio sinistro

I prigioni dimostrano che anche un’opera d’arte non finita, o addirittura appena abbozzata, può evocare emozioni intense in chi le ammira e far trasparire quello che ambiva esprimere l’autore. Michelangelo, non a caso, sosteneva che non fosse necessario terminare un’opera laddove questa già trasmetteva quello che l’artista voleva trasmettere con l’opera finita. Questo concetto diede una svolta radicale nella scultura, anticipando i tempi di ben quattro secoli rispetto a quando il non-finito divenne di anche di gusto popolare. Un altro elemento michelangiolesco fondamentale che possiamo notare da queste opere è come l’artista concepisse la scultura come il togliere materiale da un oggetto, arrivando al risultato finale soltanto sottraendo e mai aggiungendo. Faceva così intendere che vedeva la scultura come un’abilità intellettuale e non manuale.

Collocamento
I prigioni non furono collocati, come da progetto, nel monumento funebre a Papa Giulio II. Vennero donati dal nipote di Michelangelo, Leonardo Buonarroti, al Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici e furono successivamente posizionati agli angoli della Grotta del Buontalenti a Boboli.
Furono relegati lì fino al 1908, quando fu deciso di avere nella Galleria dell’Accademia uno spazio contemplativo e formativo verso la figura di Michelangelo. Oggi li possiamo ammirare in tutta la loro particolarità.
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